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In collaborazione con la pagina Morti di Lavoro: https://www.facebook.com/Mortidilavoro/?locale=it_IT
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Morti sul lavoro. Quante volte ne abbiamo sentito parlare? Quante volte abbiamo sentito una notizia al telegiornale? Quante volte abbiamo visto la fotografia di una persona che, quella mattina, si Γ¨ alzata per andare a guadagnarsi uno stipendio, per poter mantenere la propria famiglia, per dare una dignitΓ alle persone che ama? Una dignitΓ che, ancora oggi, per troppe famiglie Γ¨ difficile da avere. Viviamo in un mondo che, secondo me, Γ¨ sempre piΓΉ egoista. E le morti sul lavoro vengono accettate proprio per questo egoismo. PerchΓ© io credo che una societΓ che non fosse egoista non potrebbe accettare come normale nemmeno una sola morte sul posto di lavoro.
Sentiamo ormai da anni parlare di salari troppo bassi, di diritti calpestati, di condizioni di lavoro che devono essere migliorate. E tutto questo Γ¨ importante. Ma forse non abbiamo ancora capito una cosa fondamentale: tutto passa in secondo piano se anche una sola persona non riesce a tornare a casa dalla propria famiglia. PerchΓ© prima dello stipendio viene la vita. Prima dei diritti viene il diritto di vivere. Prima della produzione viene la persona.
E due mesi fa Γ¨ toccato a noi. Siamo stati colpiti in pieno volto. Come quando sei sul ring e arriva un gancio che non vedi arrivare. Abbiamo ricevuto quella prima telefonata. “Francesco non c’Γ¨ piΓΉ”. Un colpo. Poi arriva il secondo. Chiedo: “Come Γ¨ successo?” E mi rispondono: “Incidente sul lavoro”. In quel momento Γ¨ come se fosse suonata la campana. Sono andato all’angolo. Ho guardato il mio allenatore. E gli ho detto di gettare la spugna.
PerchΓ© dopo tutti questi anni da RSU e da RLS all’interno della mia azienda, dentro di me Γ¨ arrivata una domanda che ancora oggi mi fa male: “PerchΓ© non sono riuscito a difendere uno dei miei migliori amici?” Non era lΓ¬ con me. Non potevo essere al suo fianco. Non potevo vedere quello che stava succedendo. Non potevo fermare quello che Γ¨ successo. E quella sensazione mi ha mandato KO.
Ma Francesco… Per noi amici, il Ciccio, Fra, era un lavoratore instancabile. Uno di quelli che non si tirano mai indietro. Dodici ore al giorno su una pala meccanica. Dodici ore. Per cosa? Per guadagnarsi quella dignitΓ di cui parlavamo prima. Per costruirsi qualcosa. Per vivere. Per poter dare qualcosa alla propria famiglia. E oggi Francesco non c’Γ¨ piΓΉ. E allora quando parliamo di morti sul lavoro, io non riesco piΓΉ a sentire soltanto una statistica. Io vedo lui. Vedo il suo volto. Vedo un amico. Vedo una persona che quella mattina Γ¨ andata a lavorare e che dalla porta di casa non Γ¨ piΓΉ tornata. E questo dovrebbe farci capire una cosa: non tutti i lavori sono uguali.
Ci sono aziende che rispettano i propri dipendenti. Aziende che hanno capito che un lavoratore non Γ¨ un costo. Γ una risorsa. Ci sono titolari che prima di chiedere quanto si puΓ² produrre si chiedono come si puΓ² lavorare in sicurezza. Ci sono aziende che investono nella formazione, nella prevenzione, nella sicurezza.
E poi ci sono altre aziende. Altri titolari. Quelli che vedono la sicurezza come un costo. Quelli che pensano che fermare una macchina per un controllo significhi perdere tempo. Quelli che davanti a una segnalazione dicono: “Abbiamo sempre fatto cosΓ¬”. E io vorrei dirgli una cosa. Non avete sempre fatto cosΓ¬. PerchΓ© un giorno potrebbe esserci un prima e un dopo. Prima di un incidente. Dopo un incidente. Prima di una telefonata. Dopo quella telefonata. E dopo… dopo non si torna indietro. Non c’Γ¨ una macchina da riparare. Non c’Γ¨ una produzione da recuperare. Non c’Γ¨ uno stipendio che possa restituire un padre a un figlio. Non c’Γ¨ nessun profitto che possa riempire il posto vuoto di una persona a tavola. Non c’Γ¨ niente che possa riportare Francesco da noi.
Ed Γ¨ per questo che oggi sono qui. Non per parlare soltanto di Francesco. Ma per parlare attraverso Francesco di tutti quelli che non sono piΓΉ tornati a casa. PerchΓ© non voglio che il suo nome diventi semplicemente un altro nome. Non voglio che fra qualche anno qualcuno dica: “Ah sΓ¬, mi ricordo… quello dell’incidente sul lavoro”. No. Francesco aveva un nome. Aveva degli amici. Aveva una famiglia. Aveva sogni. Aveva progetti. Aveva persone che gli volevano bene. E aveva qualcuno che quella sera lo aspettava a casa. Come ogni lavoratore.
E allora forse dobbiamo smettere di chiederci soltanto: “Quanti morti ci sono stati quest’anno?”. Dobbiamo chiederci: “Quanti ne dobbiamo ancora piangere prima di decidere che Γ¨ abbastanza?”. PerchΓ© io non voglio piΓΉ sentire dire: “Γ stata una fatalitΓ ”. Non voglio piΓΉ sentire: “Γ successo in un attimo”. Non voglio piΓΉ vedere un’altra famiglia distrutta. Non voglio piΓΉ ricevere quella telefonata. E soprattutto non voglio che un altro amico, un altro padre, un altro figlio, un altro lavoratore diventi una statistica. PerchΓ© ogni volta che qualcuno muore sul lavoro, c’Γ¨ qualcuno che perde un pezzo della propria vita. E se una societΓ Γ¨ disposta ad accettarlo come normale… allora il problema non Γ¨ soltanto il lavoro. Il problema siamo noi. Γ il valore che diamo alla vita. E io credo che il valore della vita di un lavoratore non possa essere deciso dal costo di una protezione, dal prezzo di una formazione, dalla fretta di finire una commessa o dalla necessitΓ di produrre qualche pezzo in piΓΉ. Una vita non Γ¨ un costo da contenere. Una vita Γ¨ qualcosa da proteggere. Sempre.
E oggi, quando penso a Francesco, penso a quella campana che Γ¨ suonata. A quel momento in cui ho capito che questa volta il colpo aveva fatto male davvero. Ma c’Γ¨ una cosa che il pugilato mi ha insegnato: quando vai al tappeto, puoi rimanere lΓ¬, oppure puoi rialzarti. Io oggi voglio rialzarmi. E voglio farlo per Francesco. Per la sua famiglia. Per tutti quelli che non sono piΓΉ tornati a casa. Voglio trasformare questo dolore in una battaglia.
Una battaglia perchΓ© chi esce di casa la mattina per andare a lavorare possa avere una certezza. Quella piΓΉ semplice. Quella che dovrebbe essere scontata. Tornare a casa. PerchΓ© nessun salario Γ¨ abbastanza alto per pagare una vita. Nessuna produzione Γ¨ abbastanza importante. Nessuna scadenza Γ¨ cosΓ¬ urgente. Nessun profitto vale una persona. E se domani mattina un lavoratore uscirΓ di casa e qualcuno gli dirΓ : “Mi raccomando, stai attento e torna a casa”, Io vorrei che quelle parole non fossero piΓΉ una speranza. Vorrei che fossero una certezza.
PerchΓ© Francesco quella sera non Γ¨ tornato. E noi non possiamo riportarlo indietro. Ma possiamo fare in modo che la sua morte non sia stata inutile. Possiamo fare in modo che il suo nome serva a cambiare qualcosa. E allora, ogni volta che parleremo di sicurezza sul lavoro, ricordiamoci di una cosa. Non stiamo parlando di numeri. Non stiamo parlando di statistiche. Stiamo parlando di persone.
E io, da quella telefonata, una cosa l’ho capita. Quando muore un lavoratore, non muore soltanto una persona sul posto di lavoro. Muore qualcuno che a casa stavano aspettando. E finchΓ© anche una sola persona non tornerΓ a casa noi non potremo mai dire di aver fatto abbastanza.



