La strage dei braccianti di Amendolara non è la prima e non sarà l’ultima: è solo il più recente frutto avvelenato di un sistema agroalimentare fondato sullo sfruttamento e sul lavoro miserabile più che povero. Nelle campagne italiane, in larga parte delle campagne italiane, non ci sono regole né contratti ma solo l’urgenza di produrre a costi stracciati per rispondere ai diktat economici della Grande distribuzione organizzata, la vera domina della situazione, e reggere la durissima competizione con i prodotti d’importazione. È il libero mercato, bellezza. È una trappola per topi, vista da chi sta alla base della filiera, cioè quelli che tutti amano etichettare come “invisibili”.

Le quattro vittime di Amendolara, uccise per mano di migranti come loro, erano formalmente in regola, ma con un contratto stagionale gestito dai caporali. Le carte erano a posto, la loro applicazione no. Il trasporto da e verso i campi era fuori legge, così come l’alloggio, l’orario di lavoro e la retribuzione. Fuori legge ma alla luce del sole, sotto gli occhi di tutti, persino dell’Occhiuto governatore della Calabria che oggi finge scandalo. Quante carovane di schiavi partono all’alba di ogni giorno dalla Sibaritide per il Metapontino? Quanti controlli incontrano lungo le strade? Quante ispezioni nei campi e nelle aziende? Quante inchieste dispone la magistratura contro il caporalato emissione delle organizzazioni criminali?

Eppure l’Italia ha le leggi per contrastare lo sfruttamento e lo schiavismo. La più recente festeggia quest’anno il decennale, punisce il caporalato con la reclusione da uno a sei anni e la confisca dei beni, oltre a prevedere la responsabilità delle aziende committenti. Rete Iside esige che magistratura, forze dell’ordine e ispettorati vari si attivino per combattere e annullare le palesi violazioni di leggi e regolamenti che vanno avanti impunite da decenni. Continueremo a denunciare con forza e in ogni sede i mancati controlli e le collusioni, perché caporalato e schiavismo spariscano dalle campagne.